Lobby Hotel e working

Entrate in un hotel di città a metà mattina e guardatevi intorno…

Le probabilità di trovare qualcuno con un laptop aperto sono altissime, e quasi mai è un ospite della struttura. È un consulente arrivato in anticipo, una manager tra due appuntamenti, un venditore che prepara una presentazione. Nessuno di loro ha prenotato una camera: hanno prenotato, di fatto, un tavolo.

Questa abitudine ha smesso da tempo di essere un’eccezione ed è diventata un modo d’uso stabile degli spazi comuni. Le rassegne di settore per il 2026 lo descrivono come il fenomeno delle lobby “terzo spazio”: ambienti che nell’arco della giornata cambiano funzione, da hub di lavoro al mattino a luogo di socialità alla sera. Per chi gestisce una struttura è un’opportunità concreta — traffico, consumi al bar, visibilità presso una clientela che poi torna a dormire. Ma è anche una richiesta precisa rivolta all’arredo, che deve reggere due mestieri senza tradirne nessuno.

Perché una bella lobby non basta

Il rischio più comune è affrontare il tema come una questione di stile. Si scelgono poltrone d’autore, si cura la palette, si aggiungono libri sul tavolino — e poi si scopre che nessuno lavora lì, oppure che chi lavora rende inospitale lo spazio per tutti gli altri.

Il motivo è che il lavoro pone vincoli fisici che l’accoglienza da sola non prevede. Una poltrona profonda e morbida è perfetta per venti minuti di attesa e pessima per due ore di scrittura. Un tavolino basso costringe a una postura che dopo mezz’ora si fa sentire. Una sala bellissima ma riverberante trasforma ogni telefonata in un disturbo collettivo.

Sono esattamente i problemi che l’arredo ufficio affronta da decenni. Portare quel know-how nell’arredamento hotellerie è ciò che distingue una lobby che sembra uno spazio di lavoro da una che lo è.

Lobby Hotel e coworking - parti comuni degli hotel sempre più usati come centri multimediali per conference call e lavoro - smart working

Le quattro decisioni che contano

Le altezze. Un solo tipo di piano non serve tutti. La combinazione che funziona prevede almeno tre quote: tavolo alto per la sosta breve e la conversazione in piedi, tavolo a quota scrittura per chi si ferma davvero, tavolino basso per il relax. Il coworking in hotel vive di questa varietà, non di uniformità.

Le sedute. La regola pratica è semplice: per ogni zona bisogna sapere quanto tempo ci si resterà. Dove si sta un’ora o più servono sedute con un vero supporto lombare, anche se dichiarate in un linguaggio estetico da hospitality e non da ufficio. Le collezioni contract dei migliori marchi internazionali oggi offrono proprio questo: comfort ergonomico dentro forme che non sembrano da ufficio.

L’acustica. È il fattore che decide se il doppio uso funziona o degenera. Superfici fonoassorbenti a soffitto e a parete, tessuti pesanti, schienali alti che creano piccole nicchie: bastano pochi elementi ben posizionati per abbassare il riverbero e permettere che a due metri di distanza qualcuno lavori e qualcuno chiacchieri, senza che si disturbino.

L’alimentazione elettrica. Le prese decidono la mappa d’uso dello spazio più di qualsiasi indicazione. Se sono concentrate in un angolo, quell’angolo sarà sempre pieno e il resto sempre vuoto. Distribuirle sui piani, nelle sedute, lungo le pareti è ciò che rende usabile l’intera superficie.

Flessibilità significa arredi che si spostano

Il passaggio dalla funzione lavoro alla funzione socialità non dovrebbe richiedere un intervento tecnico. Nelle strutture in cui funziona meglio, sono gli arredi stessi a essere pensati per essere ricomposti: tavoli accostabili, sedute leggere ma stabili, elementi divisori mobili che ridisegnano la stanza in dieci minuti.

Questo cambia anche il criterio di acquisto. Un arredo destinato a essere spostato ogni giorno va valutato sulla resistenza dei bordi, sulla stabilità, sulla riparabilità dei componenti. Sono considerazioni da contract, non da residenziale, e sono la ragione per cui la scelta dei fornitori pesa quanto quella del progetto.

Un’identità che resta

C’è un ultimo punto, ed è il più delicato. Rendere una lobby efficiente non deve renderla anonima. Gli ospiti scelgono una struttura anche per come li fa sentire, e uno spazio ottimizzato ma neutro assomiglia a mille altri.

La strada è la stessa che seguiamo negli uffici: la funzione detta i vincoli, l’identità detta le scelte. Materiali locali, finiture riconoscibili, illuminazione calibrata sui momenti della giornata, elementi che raccontano dove ci si trova. La tecnica risolve i problemi; il progetto decide che carattere avrà la stanza.

Parliamone

Progettiamo da anni sia spazi di lavoro sia ambienti per l’ospitalità, e la sovrapposizione tra i due mondi è ormai il nostro terreno più interessante. Se state ripensando la lobby o le aree comuni della vostra struttura, nel nostro showroom di Torino potete provare di persona le soluzioni di cui abbiamo parlato — sedute, superfici acustiche, sistemi flessibili — e capire quali hanno senso per il vostro spazio.

Scriveteci: il primo confronto è il modo più veloce per capire da dove partire.